STUDIO LEGALE TRIBUTARIO

PROF. AVV. LORIS TOSI

NEWSLETTER N.15

9 November 2021

Cassazione penale, sez. III, 22 luglio 2021, n. 28437 Sull’applicabilità del principio del ne bis in idem al reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Il principio del ne bis in idem è applicabile al reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, qualora si tratti di fatture diverse, emesse da differenti fornitori, ma riguardanti il medesimo periodo d’imposta?

Per la Corte di Cassazione sì, ma a determinate condizioni.

Analizziamo il caso.

L’imputato era stato condannato con sentenza definitiva per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 del D.lgs. 74/2000) poiché, in qualità di legale rappresentante dell’omonima ditta individuale, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, aveva indicato nelle dichiarazioni relative a dette imposte per l’anno 2014 elementi passivi fittizi per un determinato ammontare, avvalendosi di n. 866 fatture emesse dal fornitore.

Nel processo in esame, gli veniva contestato lo stesso reato (art. 2 del D.lgs. 74/2000), in relazione al medesimo periodo d’imposta (2014), ma per l’utilizzo di n. 3 fatture emesse da un differente fornitore rispetto al caso precedente.

Ebbene, nel rigettare il motivo di appello incentrato sulla violazione dell’art. 649 c.p.p., la Corte territoriale ha precisato che, ai fini della preclusione connessa al principio del ne bis in idem, «l’identità del fatto sussiste solo quando via sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, da considerare in tutti i suoi elementi costitutivi sulla base della triade condotta-nesso causale-evento, non essendo sufficiente la generica identità della sola condotta». Circostanza che, a parere dei giudici di secondo grado, non si sarebbe verificata nel caso di specie, trattandosi di fatture differenti rispetto alla precedente contestazione.

Di diverso avviso la Corte di legittimità, che ha accolto il ricorso dell’imputato fondato, tra gli altri motivi, sulla violazione del principio del ne bis in idem, osservando come tale delitto, per struttura e conformazione, sia connesso alla dichiarazione e non alle fatture.

Ciò, per due ordini di ragioni.

In primo luogo, secondo un’interpretazione letterale dell’art. 2, il reato presenta una struttura bifasica che prevede, nella prima fase, una condotta di natura propedeutica e strumentale caratterizzata dall’acquisizione di fatture o documenti equivalenti per operazioni inesistenti e dalla loro registrazione o conservazione ai fini di prova e, nella seconda fase, di perfezionamento della fattispecie, la presentazione della dichiarazione mendace con indicazione di elementi passivi fittizi, i quali trovano corrispondenza e supporto nella documentazione falsa acquisita.

In secondo luogo, secondo un’interpretazione logica/sistematica della norma, il legislatore del D.lgs. 74/2000 ha volutamente abbandonato il modello del reato prodromico previsto dall’art. 4 let. g) della L. n. 516/1992, che perseguiva anche il semplice inserimento nella contabilità di fatture per operazioni inesistenti a prescindere dall’allegazione della dichiarazione, per punire la condotta solo laddove la dichiarazione venga presentata.

Pertanto, «il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti si consuma nel momento della presentazione della dichiarazione e non già nel momento in cui detti documenti vengano registrati in contabilità, sicché, se la dichiarazione è unica, unico è il reato commesso pur se i documenti utilizzati siano plurimi o abbiano diversi destinatari».

Purché, precisa la Cassazione nel rinviare ad altra sezione della Corte di Appello, si accerti che la dichiarazione presentata sia relativa allo stesso anno e al medesimo tributo (IVA o imposte sui redditi): solo in questo caso, infatti, sussisterebbe l’identità del fatto e, di conseguenza, opererebbe la preclusione dettata dal principio del ne bis in idem.

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Lo Studio è a disposizione per ogni chiarimento.

Avv. Valentina Sartori (valentinasartori@studiotosi.com)