STUDIO LEGALE TRIBUTARIO

PROF. AVV. LORIS TOSI

NEWSLETTER N.8-2019

19 August 2019

NEL CASO DI OPERAZIONI SOGGETTIVAMENTE INESISTENTI NON BASTA ADDURRE L’INESISTENZA DEL FORNITORE PER NEGARE LA DETRAZIONE DELL’IVA

Il recente panorama giurisprudenziale nazionale sta registrando un crescente – seppur lento -adeguamento ai principi stabiliti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea sul diritto alla detrazione dell’IVA nell’ambito di operazioni soggettivamente inesistenti.

Fino a poco tempo fa, i Giudici di Piazza Cavour ritenevano sufficiente, ai fini dell’assolvimento dell’onere probatorio, che l’Agenzia delle Entrate dimostrasse – anche in base presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti – l’idoneità del soggetto emittente le fatture a fornire i beni o i servizi, in quanto privo di adeguata struttura aziendale: «il detto onere probatorio dell’amministrazione ben può esaurirsi nella prova che il soggetto interposto è privo di dotazione personale e strumentale adeguata all’esecuzione della prestazione fatturata (è, cioè, una cartiera), costituendo ciò, di per sé, elemento idoneamente sintomatico della mancanza di buona fede del cessionario, poiché l’immediatezza dei rapporti tra i soggetti coinvolti nella frode induce ragionevolmente ad escludere l’ignoranza incolpevole del contribuente in merito all’avvenuto versamento dell’IVA a soggetto non legittimato alla rivalsa né assoggettato all’obbligo del pagamento dell’imposta; con la conseguenza che, in tal caso, sarà poi il contribuente a dover provare – ipotesi poco verosimile, ma in assoluto da non potersi escludere – di non essere stato a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma altri (ex plurimis, Sez. 5, n. 24426 del 30/10/2013, Rv. 629420 – 01; Sez. 5, n. 6229 del 13/03/2013, Rv. 625538 – 01)» (Corte di Cassazione, sentenza 19 aprile 2018, n. 9675).

Tale rigorosa impostazione sembra essere in via di superamento, giacché la Suprema Corte ha ultimamente escluso che la sola qualità oggettiva di “cartiera” assunta dal soggetto interposto, possa costituire – a priori ed in generale – idonea prova circa la consapevolezza del cessionario-acquirente di partecipare ad un’evasione fiscale.

Al riguardo, tra le recenti pronunce in tal senso, merita citare l’ordinanza n. 8146 del 22 marzo 2019 che, rigettando i ricorsi riuniti dell’Agenzia delle Entrate avverso alcune sentenze della Commissione tributaria regionale del Veneto, ha riaffermato che «in tema di IVA, l’Amministrazione finanziaria, la quale contesti che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, anche solo in via indiziaria, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitorema anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta; la prova della consapevolezza dell’evasionerichiede che l’Amministrazione finanziaria dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente». Pertanto, aggiunge la medesima Corte di Cassazione, «Dai menzionati principi di diritto si evince che, ai fini del disconoscimento della detraibilità dell’IVA in caso di operazioni soggettivamente inesistenti, l’Agenzia delle entrate ha l’onere di provare, sulla base di elementi indiziari: a)la fittizietà del soggetto interposto; b)la consapevolezza del soggetto beneficiario, sulla base di elementi indiziari non limitati alla mera fittizietà del fornitore, della sussistenza di una evasione fiscale».

Trovano così (finalmente) ingresso nell’ordinamento nazionale i principi espressi, già da tempo, dalla Corte di giustizia in ordine al contenuto dell’onere probatorio richiesto all’Amministrazione finanziaria. Infatti, la giurisprudenza unionale (si veda, per tutte, sentenza 22 ottobre 2015, PPUH Stehcemp, C-277/14) non ha ritenuto sufficiente, al fine di escludere il diritto alla detrazione dell’IVA pagata a monte, l’inesistenza del fornitore desunta sulla scorta delle seguenti circostanze: lo stato fatiscente dell’immobile corrispondente alla sede sociale che renderebbe impossibile qualsiasi attività economica; irreperibilità dei vertici aziendali con conseguente impossibilità di stabilire un contatto; la mancanza delle autorizzazioni necessarie all’esercizio della specifica attività d’impresa; l’omessa pubblicazione/deposito dei conti annuali/bilanci d’esercizio; l’omessa registrazione ai fini IVA, l’omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali, l’omesso pagamento delle imposte e dell’IVA.

In conclusione, non è affatto sufficiente che l’Amministrazione finanziaria dimostri che il soggetto interposto è una “cartiera” (fittizietà del fornitore). Ed invero, è necessario provare, in base ad elementi oggettivi e specifici (ulteriori e diversi dalle sopra menzionate circostanze attinenti il fornitore), che il cessionario-acquirente sapeva o avrebbe dovuto sapere, utilizzando l’ordinaria diligenza e senza esigere l’espletamento di particolari verifiche che non gli incombono, che l’operazione conclusa con il suo fornitore si iscriveva in un’evasione dell’IVA, ossia che egli disponesse di idonei indizi per dubitare che il soggetto formalmente cedente aveva evaso l’imposta o partecipato ad una frode fiscale.

 

Lo Studio è a disposizione per ogni chiarimento.

Dott. Comm. Massimo Biancon (massimobiancon@studiotosi.com)