STUDIO LEGALE TRIBUTARIO

PROF. AVV. LORIS TOSI

NEWSLETTER N.11-2019

27 November 2019

FATTURE PER OPERAZIONI SOGGETTIVAMENTE INESISTENTI – NON È SUFFICIENTE LA MANCANZA DI UNA SEDE OPERATIVA IN CAPO AL CEDENTE PER CONTESTARE L’INDEBITA DETRAZIONE AI FINI IVA

Con la recente sentenza n. 25013 del 7 ottobre 2019, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in materia di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti ed in particolare sulla tematica concernente la ripartizione dell’onere probatorio tra Amministrazione finanziaria e contribuente.

I Giudici di legittimità hanno anzitutto ricordato che la «Corte ha più volte ribadito e precisato che l’amministrazione finanziaria “ha l’onere di provare, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta, dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il contribuente era a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente».

Dunque, l’Amministrazione finanziaria non deve dimostrare solo l’inesistenza oggettiva del fornitore, ma deve anche fornire la prova che il soggetto passivo sapeva o avrebbe potuto sapere che l’operazione rientrava nell’ambito di una frode ai fini Iva.

Sul punto, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha più volte precisato che la presenza di talune circostanze, in capo al cedente, come, ad esempio, l’omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi, il mancato versamento delle imposte, la fatiscenza dell’immobile indicato come sede sociale, tale da rendere impossibile l’esercizio dell’attività d’impresa, l’omessa pubblicazione/deposito dei bilanci di esercizio, non basta per dimostrare «la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta» (cfr., per tutte, Corte di Giustizia, sentenza del 22 ottobre 2015, causa C-277/14).

Con la pronuncia in esame, la Suprema Corte ha affermato che anche la mancanza di una sede operativa adeguata non rappresenta un elemento sufficiente per provare la conoscenza o la conoscibilità del contribuente della partecipazione al quadro evasivo ai fini Iva: «l’unica circostanza valorizzata dai giudici di appello, ovvero che la società cedente non aveva “mai avuto una sede operativa adeguata allo svolgimento dell’attività asseritamente svolta”, è da sé sola inidonea a costituire prova presuntiva dello stato soggettivo del contraente, di “consapevolezza che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta”».

Tale sentenza si inserisce, quindi, nel filone giurisprudenziale maggioritario, a favore del cessionario del bene/fruitore del servizio, in forza del quale è necessario che l’Amministrazione finanziaria dimostri lo stato soggettivo di consapevolezza e, dunque, la malafede del contribuente nel compiere l’operazione commerciale, pena l’illegittimità dell’avviso di accertamento con cui viene contestata l’indebita detrazione ai fini Iva, relativa all’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti.

Lo Studio è a disposizione per ogni chiarimento.

Dott. Comm. Laura Soldà (laurasolda@studiotosi.com)