STUDIO LEGALE TRIBUTARIO

PROF. AVV. LORIS TOSI

NEWSLETTER N.17

1 December 2021

Assegno divorzile: affermata nuovamente l’irrilevanza del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Alla luce degli arresti giurisprudenziali con cui, tra il 2017 ed il 2018, la Corte di Cassazione è intervenuta in materia, rivedendo e, per certi aspetti, rivoluzionando l’assetto dei parametri utilizzati per stabilire se ed in che misura l’ex coniuge abbia diritto alla percezione dell’assegno divorzile, è di fatto uscito di scena o, comunque, è stato fortemente ridimensionato, il criterio del tenore di vita in costanza di matrimonio; criterio fino a quel momento di contro determinante, poiché utilizzato quale parametro per valutare l’adeguatezza, ovvero inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante e, quindi, il diritto a percepire l’assegno.

In altri termini, in virtù di tale meccanismo, a prescindere dall’effettivo stato di bisogno, l’ex coniuge sarebbe stato legittimato a richiedere l’assegno divorzile, ogni qual volta, venuto definitivamente meno il vincolo matrimoniale, fosse intervenuto un apprezzabile deterioramento delle precedenti condizioni economiche. Appurato tale presupposto, ritenuto quindi prodromico al riconoscimento dell’assegno, subentrava un secondo momento di indagine, condotta alla luce dei diversi criteri previsti dall’art. 5 della Legge sul divorzio (la durata del matrimonio, le condizioni dei coniugi, i motivi della rottura, ecc…), finalizzata ad individuarne l’ammontare.

Tale impianto interpretativo, affermato dalla Sezioni Unite della Cassazione con la pronuncia n. 1322 del 1990, non scevro da critiche e interpretazioni contrarie, è stato definitivamente spodestato a distanza di quasi 30 anni dalle stesse Sezioni Unite che, con la nota pronuncia n.18287/2018, hanno risolto il contrasto giurisprudenziale generatosi negli anni, indicando un nuovo e, per certi aspetti, rivoluzionario approccio interpretativo ed applicativo dei criteri da utilizzare.

Comunque nel rispetto della ratio dell’art.5 comma 6 della Legge 898/70, che rimane il cardine normativo in materia, le SS.UU. hanno proposto o, per meglio dire, imposto, visto il seguito che la pronuncia ha avuto e sta avendo, un criterio “composito”, in virtù del quale il Giudice è chiamato a valutare comparativamente le condizioni economico-patrimoniali di ciascun coniuge, dando rilievo anche all’eventuale contributo fornito dal richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età del richiedente. Ma in tale processo, che all’evidenza valorizza ancora una funzione assistenziale ma, al contempo, anche compensativa e perequativa, il presupposto non è più l’inadeguatezza rispetto al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, bensì la mancanza dell’indipendenza o autosufficienza economica intesa come impossibilità di condurre con i propri mezzi un’esistenza di tenore dignitoso.

In applicazione di tale principio, l’assegno viene quindi riconosciuto e quantificato non più rapportandolo al pregresso tenore di vita familiare, ma alla misura adeguata a garantire l’indipendenza economica del coniuge non autosufficiente e, ove ne ricorrano i presupposti, a compensare il coniuge economicamente più debole del sacrificio sopportato per aver rinunciato a realistiche occasioni professionali-reddituali per una scelta comune di gestione famigliare.

Ed è proprio questo l’indirizzo che si è affermato e continua ad affermarsi nella giurisprudenza di merito e di legittimità, laddove, archiviato il criterio del tenore di vita, l’indagine viene concentrata sulle cause dell’eventuale sperequazione tra le condizioni economiche dei coniugi, laddove determini l’incapacità di una di far fronte autonomamente al proprio mantenimento, per verificare se la stessa abbia origine nelle scelte comuni di vita, in ragione delle quali le realistiche aspettative professionali e reddituali del coniuge più debole sono state sacrificate per la famiglia, nell’accertato suo decisivo contributo alla conduzione familiare, alla formazione del patrimonio di ognuno o di quello comune per la durata del matrimonio.

In tal senso, l’ordinanza n.1786/2021 della Corte di Cassazione, a cui ha fatto seguito, tra le altre, la pronuncia n.11790/21, ove, nel richiamare la funzione perequativo-compensativa dell’assegno di divorzio nei termini di cui sopra, si evidenzia come la stessa non debba essere “finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita endoconiugale”.

In base a tale orientamento, ormai affermatosi pressoché univocamente, il procedimento di accertamento che il Giudice è tenuto a seguire si snoda quindi nei seguenti passaggi: comparazione delle condizioni economiche e patrimoniali dei coniugi; verifica se il richiedente è privo di mezzi adeguati o, comunque, è impossibilitato a procurarseli per ragioni oggettive; accertamento rigoroso delle cause della sperequazione tra i coniugi, rispetto alle quali entrano in gioco i criteri dettati dall’art.5 comma 6 L.898/79, ovvero il contributo apportato al nucleo famigliare e al patrimonio; il nesso causale tra le scelte comuni dei coniugi e la situazione del coniuge economicamente più debole; le condizioni personali del richiedente e la durata del vincolo matrimoniale.

 

Lo Studio è a disposizione per ogni chiarimento.

Avv. Marta Anselmi (martaanselmi@studiotosi.com)